Favole Bresciane illustrate: “Pliff Pluff Plaff me la pana e te el lat”

L’ultima volta c’eravamo lasciati con una bella favola della tradizione romena: L’Orso ingannato dalla volpe. Oggi, gioco in casa, e diamo voce e colore a una delle favole bresciane della mia infanzia. Ti racconterò la storia di Pliff Pluff Plaff, così, come ce la raccontava la nonna Pina a me e a mia cugina, quando eravamo piccole. Ringrazio Erika per la trascrizione della Favola: un prezioso regalo, prima di tutto per me 😉 e poi per le generazioni future.

E, anche questa volta, alla fine della favola, troverai i disegni in bianco e nero, scaricabili, da far colorare al tuo bambino. Mandami poi i suoi disegni colorati così li pubblicherò sui miei social 😉 !!

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Pliff Pluff Plaff, me la pana e te el lat.

Tanto tempo fa…. Capitò un inverno particolarmente rigido. La neve era arrivata presto e aveva ricoperto i monti e la vallata: la bianca coltre era spessa e pesante e ammantava di silenzio tutto il bosco.

favole bresciane

Gli animali erano chiusi nelle loro tane a godersi le provviste che con impegno e fatica avevano accantonato durante l’estate ma, dopo tanti giorni di freddo e bufera, queste cominciavano a scarseggiare e “Qualcuno” che non si era particolarmente impegnato durante la bella stagione si trovò in difficoltà prima degli altri….
Una domenica mattina il Lupo e la Volpe si incontrarono mentre gironzolavano nel bosco alla ricerca di qualche nascondiglio non ben difeso, qualche tana non accuratamente chiusa in cui entrare di nascosto e rubacchiare alcune ghiande, un poco di bacche…. qualcosa che potesse sfamarli in attesa del disgelo, fino alla primavera e al ritorno di frutti sui rami e di abbondanza.
“Buongiorno compare Lupo!” salutò piena di moine la Volpe “Come ti vanno le cose in questo freddo inverno?”.
Il Lupo sospirò e con il suo vocione iniziò a lamentarsi “Eh, comare Volpe, non va molto bene …. Son tre giorni che non mangio e ho una fame che …”
La Volpe, melliflua, concordò subito con il compare: “Come hai ragione! Quest’ inverno è lungo e freddo e pensa che io non mangio da una settimana, se ci penso mi sento svenire …” terminò con una vocina flebile flebile e un astuto luccichio negli occhi.
“Dovremmo proprio trovare qualcosetta … magari la signora Lepre ha dimenticato aperto il buco nella vecchia quercia e noi potremmo controllare…”.
La Volpe scosse il capo: ”Semini e castagne? Io ho un’idea migliore… Senti questo suono?” chiese accostando una zampa all’orecchio in ascolto degli allegri rintocchi delle campane della chiesa che richiamavano tutti i paesani a Messa: “Oggi è domenica e l’uomo che vive in quella baita di certo scenderà in paese per andare in chiesa e noi potremmo…”.
“Potremmo?” chiese il Lupo sempre più interessato.
“Potremmo entrare dalla porticina del gatto e bere un po’ di latte e se siamo fortunati magari assaggiare anche un bel pezzo di formaggio…” spiegò la Volpe leccandosi scaltramente i baffi.
Il sorriso pieno di aspettativa del Lupo si spense e tentennando il testone con un sospiro osservò “Ma noi siamo troppo grossi, come facciamo a passare dal piccolo pertugio che utilizza il gatto per entrare ed uscire dalla malga!”. La Volpe ridacchiò: “Ma guardaci Lupo, siamo magri come fuscelli, tutti pelle e ossa! Non sarà certo un problema riuscire ad infilarci nella porticina, basterà allargare un pochetto l’apertura e con la tua grande forza sarà facile!”.
Piano piano, parlottando poco e a bassa voce, raggiunsero la malga e si appostarono dietro il grande abete per spiare i movimenti del malgaro che, tutto imbacuccato, chiusa con cura la porta, si avviava verso il paese aiutandosi con un nodoso bastone. Attesero trepidanti alcuni minuti, dovevano essere certi che l’uomo non tornasse sui suoi passi e poi….

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Spingi, spingi, dimenandosi un po’, riuscirono ad entrare nel tepore della casetta e subito si avvicinarono al massiccio tavolo di legno dove erano posate alcune ciotole blu, larghe e basse, dove il casaro aveva messo il latte appena munto a riposare in attesa che la panna affiorasse.
La Volpe alzò una zampa “Non abbiamo molto tempo e dobbiamo fare le cose per bene, dividiamoci i compiti: io leccherò la panna sopra e tu berrai il latte sotto, dopotutto sei più grande e hai bisogno di più nutrimento. All’ opera!”.
Così iniziarono di buona lena, la volpe leccava la panna e il lupo beveva il latte.
La volpe canticchiava a mezza voce: ”Plif, pluf plaf, me la pana e te el lat! Plif, pluf, plaf, me la pana e te el lat!” – (Pliff, pluff, plaff io la panna e tu il latte).

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Erano così presi mentre compivano la razzia da non accorgersi che i loro piani stavano per essere sconvolti.
Il malgaro, sulla via del paese, ricordò la raccolta di cibo e abiti, da offrire ai parrocchiani più poveri per le feste di Natale, che il curato aveva organizzato per quella domenica e avendo dimenticato il paniere con il salame ed il formaggio che aveva deciso di donare, borbottando tra sé e sé, tornò sui suoi passi camminando spedito verso la casetta per recuperare i doni e arrivare puntuale in chiesa. Arrivato a pochi metri dalla capanna notò delle strane orme della neve e, grazie alla sua esperienza, capì ben presto che si trattava di orme di lupo e di volpe, e andavano proprio verso la gattaiola. Stringendo bene tra le mani il suo bastone spalancò all’ improvviso la porta, sprangandola dietro di sè e cominciò a menar fendenti con il suo legno per amministrare la giustizia nei confronti dei due ladruncoli.
Il Lupo e la Volpe quasi non capirono cosa si fosse scatenato nella casetta, cominciarono a correre di qua e di là, cercando di sfuggire ai colpi e di infilarsi nella fessura che rappresentava libertà e salvezza.
La Volpe, che si era limitata a leccare la panna, aveva saziato la sua fame senza avere lo stomaco troppo gonfio perciò riuscì abbastanza facilmente a passare attraverso la porticina del gatto e a fuggire nel bosco.
Il Lupo, invece, avendo bevuto tutto il latte si ritrovava con un bel pancione pieno e…. non fu capace di riattraversare la piccola fenditura e non poté fare altro che cercare di ripararsi il più possibile dalle bastonate.

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Quando il malgaro si ritenne soddisfatto, riaprì la porta e cacciò il malcapitato animale, rammentandogli che se avesse osato ripresentarsi alla sua capanna, avrebbe ricevuto una nuova dose di legnate.
Il Lupo, dolorante e sanguinante, si ritirò nel folto del bosco per leccarsi in tranquillità le ferite e qui incontrò nuovamente la volpe che pareva anch’essa piuttosto provata. Anche la pelliccia fulva era sporca di rosso e alti guaiti le sfuggivano tra una lamentela e l’altra. “Ah! Compare Lupo, sono contenta di vedere che sei riuscito a fuggire anche tu! Ah, sapessi… quando ha finito con te l’uomo è venuto a cercare me e quasi mi ha tramortita con tutti quei colpi di bastone! Non riesco neppure a reggermi sulle zampe e non so come far ritorno alla mia tana!” sospirò affranta. “Se potessi caricarmi sulle tue forti spalle e accompagnarmi a casa…. Te ne sarei immensamente grata!” concluse la bestiola. Il Lupaccio zoppicante, sorpreso e dispiaciuto che la comare avesse ricevuto il medesimo duro trattamento, si prodigò per caricarsela in spalla avviandosi verso le loro tane più a valle.

(Per onestà dobbiamo dire che l’astuta Volpe, uscita indenne dalla malga, per attirarsi le simpatie del Lupo, ed evitare che questi si arrabbiasse con lei per essere fuggita e averlo lasciato solo, trovato un minuscolo anticipo di primavera rappresentato da un cespuglio di fragole mature, ci si era rotolata dentro sporcandosi così il pelo di rosso, simulando delle ferite e una zoppia inesistente).
Mentre il Lupo scendeva faticosamente a valle con il suo fardello sulle spalle, la sfacciata bugiarda canticchiava: “El malat el porta el sa, el malat el porta el sa” – (il malato porta il sano).

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L’animale ansante si fermò un momento per riprendere fiato sul ponte di pietra che collegava il bosco alla zona abitata e mentre prendeva qualche difficoltoso respiro che gli faceva dolere le costole, odorò uno strano profumo di fragole, che lo insospettì e gli fece prestare maggior attenzione alla canzoncina che usciva dalla bocca della sua comare.
“Cosa stai cantando mia cara?” chiese con voce tesa “Mah, niente…. Cantavo così… una canzoncina che mi ha insegnato la mia mamma quando ero piccola…. cercavo di alleviare un po’ i nostri dolori e ripagarti della tua gentilezza, caro compare”.
“Non preoccuparti di alleviare i miei dolori, che ora me li allevio da solo. Brutta sfacciata che non sei altro!” tuonò il grosso animale togliendosela dalle spalle e scaraventandola giù dal parapetto, fin nelle acque gelide che placidamente scorrevano verso il mare. “Credi forse che io non abbia percepito l’effluvio delle fragole che macchiavano la tua pelliccia invece del sangue? Adesso rimani lì, nell’acqua ben fredda, così ti rinfrescherai le idee!”

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Detto questo il lupo si incamminò verso la sua tana, deciso ad accucciarsi davanti al fuoco fino a primavera.


A proposito di bambini, fiabe e colori. Voglio consigliarti questo bellissimo articolo de La Bottega della strega: il gioco dell’inventafavole!


La prossima volta troverai un’altra Favola Lumezzanese (BS) “La cavra del Morbel” sempre dai ricordi della mia infanzia e dalla mano di abile scrittrice di mia cugina Erika.

Conosci altre favole bresciane o di altre tradizioni?
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Leggi anche la Favola Romena dell’Orso ingannato dalla Volpe.


Scarica qui i disegni da colorare:


Spero che, tra le favole bresciane della mia infanzia, “Pliff Pluff Plaff” ti sia piaciuta. GRAZIE per aver trascorso un po’ di tempo con noi: una creatrice di camper in miniatura (e non solo), a spasso con il suo marito musicista e il nostro Van (chi siamo). Se vuoi “salire a bordo” e seguire i nostri viaggi, i tutorial creativi (spesso riciclosi da realizzare anche con i tuoi bambini) e le ricette da viaggio, iscriviti alla newsletter mensile. Da subito un regalino per te!! Non mancheranno i dietro le quinte della mia minuscola Bottega virtuale e, in anteprima, solo per gli iscritti, tutte le mie NOVITA’ creative!!! La Bottega di marika é Arte in Camper !!!

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V
orrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia schiavo. – Gianni Rodari –

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